Facce de Zena 

Addio a Gianandrea Barreca, l’architetto genovese che immaginava città più vive

Morto a Bogliasco a 57 anni, è stato tra le voci più riconosciute dell’architettura contemporanea italiana, dal Gruppo A12 al Bosco Verticale

Ci sono architetti che disegnano edifici e architetti che provano a cambiare il modo in cui guardiamo le città. Gianandrea Barreca apparteneva a questa seconda categoria. Genovese, 57 anni, è morto nella sua casa di Bogliasco, lasciando un percorso professionale costruito tra progettazione, ricerca, insegnamento e una costante attenzione al rapporto tra spazio urbano, paesaggio, sostenibilità e vita collettiva.

Il suo nome resta legato al Bosco Verticale di Milano, una delle architetture italiane più riconoscibili degli ultimi decenni, diventata simbolo internazionale di un modo nuovo di pensare il rapporto tra costruito e natura. Quel progetto nacque nella stagione di Boeri Studio, fondato nel 1999 insieme a Stefano Boeri e Giovanni La Varra, e contribuì a portare l’architettura italiana dentro un dibattito globale sulla città del futuro, sulla densità urbana e sulla possibilità di restituire spazio al verde anche dentro i luoghi più verticali e complessi.

Ma ridurre Gianandrea Barreca al Bosco Verticale sarebbe limitarne il profilo. Prima ancora era stato tra i fondatori del Gruppo A12, collettivo nato nel 1993 e dedicato alla ricerca sulle trasformazioni urbane, sull’arte pubblica e sulle forme di relazione tra città e abitanti. Un’esperienza che racconta bene il suo modo di intendere l’architettura: non come gesto isolato, ma come pratica capace di leggere i cambiamenti, interpretare i luoghi e intervenire dentro le dinamiche sociali.

Dopo l’esperienza di Boeri Studio, dal 2008 Barreca aveva proseguito il proprio lavoro con lo studio Barreca & La Varra, fondato con Giovanni La Varra. Da lì sono passati progetti molto diversi per scala e geografia: il nuovo Siemens Headquarters e il Cantù/Orefici Building a Milano, la Villa Méditerranée a Marsiglia, il Misheel Expo Hotel in Mongolia, The Office a Muscat, in Oman. Architetture lontane tra loro, ma attraversate da una stessa domanda: come costruire spazi capaci di appartenere davvero al tempo in cui nascono.

Accanto alla progettazione, c’è stata la formazione. Dal 2004 Barreca collaborava con Domus Academy a Milano, dove è stato direttore del Master in Urban Vision and Architectural Design e poi scientific advisor del design cluster. Ha insegnato anche nelle università di Genova e Pavia, portando agli studenti non soltanto competenze tecniche, ma una visione dell’architettura come disciplina aperta, intrecciata con il territorio, la cultura, l’ambiente e le trasformazioni della società.

Il suo lavoro lo aveva portato anche nel Comitato tecnico-scientifico per l’arte e l’architettura contemporanee del ministero della Cultura, di cui ha fatto parte fino al 2023. Nel tempo ha curato pubblicazioni e riflessioni dedicate al rapporto tra architettura, sostenibilità e territorio, temi che hanno accompagnato tutta la sua attività, in un equilibrio continuo tra progetto costruito e pensiero critico.

Genova era il punto di partenza, Milano il luogo della piena maturazione professionale, Bogliasco il ritorno privato e affettivo. In mezzo, una traiettoria che ha attraversato l’Italia e il mondo, sempre con l’idea che l’architettura non dovesse limitarsi a occupare spazio, ma potesse generare relazioni, domande, possibilità.

I funerali di Gianandrea Barreca si terranno giovedì 18 giugno alle 11,30 a Bogliasco. Con la sua morte l’architettura italiana perde una voce capace di tenere insieme visione urbana e attenzione concreta ai luoghi. Resta il segno dei progetti, delle lezioni, delle ricerche e di una domanda che attraversa tutta la sua opera: che cosa può diventare una città quando viene pensata non solo per essere costruita, ma per essere vissuta.


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